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L'evento
 

Urban art & Recycling style
di Chiara Canali

L’Arte è oggi dove non ti aspetti di trovarla.
Patrick Mimran

Se ogni epoca si caratterizza per lo sviluppo a dimensioni mondiali di un particolare fenomeno (l’età del ferro, del bronzo, della scrittura, dei commerci, dell’industrializzazione, ecc…) il secolo scorso è stato caratterizzato dal boom dei consumi che si sono imposti su larga scala nella nostra società contemporanea influenzandone usi, costumi e comportamenti, implicandone infine anche la stessa produzione artistica.
Rileggendo un secolo di civiltà dei consumi si ha l’occasione di riflettere sul rapporto tra la cultura “alta”, prodotta da un’elite di intellettuali, e quella “bassa”, popolare dei centri commerciali, rintracciando nel prodotto di consumo l’ispiratore di forme e oggetti d’arte e l’elemento che unisce funzionalità ed estetica (infatti il design industriale è una professione che nasce con il consumismo). Ad esempio Andy Warhol ebbe la genialità di rendere arte ciò che appariva un banale oggetto di uso quotidiano (la scatola Brillo Box) non solo perché era un prodotto di vasto consumo ma proprio per la bellezza oggettiva intrinseca della sua grafica.
All’opposto, però, viene anche da pensare all’arte come prodotto commerciale kitsch e di basso consumo, spesso svilita nelle forme di imitazione banale e superficiale, priva delle reali qualità di un originale.
Sul legame tra arte e prodotto di consumo, arte come “oggetto da supermercato”, hanno già riflettuto molti artisti di rilievo internazionale: dal dittico fotografico 99 cent II di Andreas Gursky all’installazione Pharmacy di Damien Hirst che, cambiando ogni volta che viene presentata, mostra un legame fra le tecniche di presentazione di negozi e musei. Opere di provocazione, opere concepite con spirito demistificante, opere che criticano o celebrano l’arte dello shopping, come il carrello Pousette di Christo o ancora il manifesto programmatico di Barbara Kruger “Io acquisto, perciò sono”.
La chiave di lettura è quella di una progressiva spersonalizzazione delle stesse forme artistiche data dalla moltiplicazione seriale delle immagini e dall’omologazione sul mercato che ha le sue origini nello sviluppo della Pop art americana. “La Pop Art – diceva tuttavia Barthes -  spersonalizza ma non rende anonimi: niente di più identificabile di Marilyn, la sedia elettrica, un pneumatico o un abito visti dalla Pop Art; essi anzi sono solo questo: immediatamente e perfettamente identificabili”.
L’istanza di una spersonalizzazione che identifica, è rintracciabile nel lavoro stesso di Keith Haring e dei graffitisti newyorkesi la cui matrice discende immediatamente dal linguaggio pop di Warhol, ma nello stesso tempo se ne allontana per la rivendicazione di un contenuto emotivo: Haring afferma di voler lavorare con concetti, idee, immagini universali, non con archetipi o con stereotipi. Le sue immagini non vengono dall’inconscio ma dall’informazione visiva, e sono più istintive che interiori. Ma soprattutto sono un’esperienza comune da tutti condivisibile.

Il titolo di questa mostra, che ha luogo in un Discount in via di demolizione alle porte di Milano, richiama un termine molto in uso nell’ambito commerciale e che in questa veste acquista un valore simbolico molto forte: Sold-Out non è riferito all’esaurimento di prodotti tipico di un supermercato, ma all’esasperazione che il nostro sistema consumistico ha causato sull’uomo e sull’ambiente.
Forse allora, all’alba del terzo millennio, quando non solo l’arte è oggetto di un consumo improprio, ma il nostro stesso pianeta subisce lo sfruttamento illecito di risorse ed energie, si dovrebbe inaugurare una nuova epoca all’insegna del “riciclo” e della sostenibilità ambientale.
Riciclare significa infatti trasformare, ripensare, ricreare, re-inventare.
Sold-Out è una rassegna dedicata alle giovani promesse italiane e ai nuovi stili che si stanno sviluppando nell’arte contemporanea, mescolando non solo le ultime tendenze di street art e writing, ma anche figurazione e astrazione, scultura e installazione, musica e vita metropolitana.
Tutti i lavori di questo progetto sono stati realizzati al di fuori del contesto espositivo di gallerie, musei e fiere, benché non siano propriamente nate sulla strada, ma in funzione di uno spazio “a scadenza”, che dopo la mostra verrà demolito.
Questo processo di trasformazione ha messo in moto una serie di riflessioni sul tema del riciclo e del recupero sostenibile di uno spazio, implicando una miriade di differenti supporti, dal legno al metallo, dalla carta alla tela, fino al riutilizzo di materiali di scarto in chiave estetica ed espressiva.
Quello che ogni giorno gettiamo via può tornare a rivivere con una nuova identità grazie alla fantasia creativa degli artisti, che partono da ciò che gli altri hanno scartato, l’interpretano come preziosa risorsa, se ne appropriano e la trasformano. Il fenomeno non è recente, anzi. Alma Bennet in un articolo su Velvet pubblicato nell’agosto del 2007, elencava gli artisti che negli ultimi cent’anni hanno operato in questo modo, come Duchamp, Man Ray, Mimmo Rotella, Michelangelo Pistoletto, Piero Manzoni. Gli intenti sono i più vari, così pure i linguaggi; anche gli scarti appartengono a tipologie che vanno dai puri materiali, come legno o plastica, a oggetti utilizzati per ciò che sono, o rielaborati fino a diventar irriconoscibili.
“L’idea della trasformazione/riuso/recupero - dice la Bennet - è quanto di più duttile ci sia, e si offre a illimitate varianti. In comune questi artisti hanno l’idea che non occorra produrre continuamente 'altro', che sia possibile rigenerare ciò che c'è; via dalla logica dell’usa-e-getta praticata senza attenzione dalla cultura consumistica. Ma non è solo questo: sottrarre allo scarto definitivo e prolungare la vita di ciò che pareva aver concluso il suo ciclo vitale ed economico è atto poetico per eccellenza”.
 I rifiuti acquistano dunque un senso nuovo, rivelando inedite possibilità di riutilizzo. Ripensando alla storia dell’arte, Lea Vergine nel volume Quando i rifiuti diventano arte. Trash rubbish mongo (Skira 2006) ricorda alcuni dei più celebri esempi: il mitico “Merzbau” di Kurt Schwitters, un’installazione ambientale che finì per inglobare non solo il suo appartamento, ma tutto l’edificio in cui abitava. Del periodo dadaista, i ready- made di Man Ray, le sculture di Picasso realizzate con selle e manubri di bicicletta e, di poco successivi, i lacerti degli affichisti che vedevano opere nelle stratificazioni di manifesti pubblicitari sui muri, strappati dai passanti o consumati dal tempo.
Contemporaneamente negli Usa Rauschenberg realizzava i “combine paintings”, mentre in Europa nasceva il Nouveau Réalisme che, per esser più reale, incorporava oggetti d’ogni genere. Poi i sacchi bruciati di Burri e, diversi la “Merda d'artista” di Piero Manzoni, che porta all’estremo la concezione mitica dell’artista, il cui gesto trasforma in arte qualsiasi cosa, compresi i propri rifiuti biologici.

Il riciclo assume così valenza metaforica: il senso di perdita, abbandono, poi di rinascita e rigenerazione è un ciclo che queste opere ci invitano a riscoprire. Gli artisti in mostra si sono trasmutati in uno “stock di cervelli” in dialogo e confronto continuo con il pubblico, diventato lo spettatore-cliente di questo “supermercato speciale”.

 

Sold-Out. Pittura
di Chiara Canali

Una pratica inversa rispetto all’intervento urbano è l’utilizzo della tecnica a spray, e di altri mezzi espressivi tipici del life style metropolitano, su una molteplicità di differenti supporti come la tela o la carta, il legno o il metallo. I lavori compresi in questa sezione – sperimentali e innovativi – sono stati creati lontano dalla strada, secondo una metodologia che traspone da “fuori” a “dentro” di tecniche, stilemi e linguaggi dell’urban art.
Unica caratteristica che accomuna le opere realizzate all’interno dello spazio chiuso del Discount, rispetto a quelle che abitualmente si vedono all’esterno, è la dimensione “museale” delle tele di 3 metri per 4 e di un tetraedro di 12 metri per 2,5 che è stato suddiviso in più facce affidate agli artisti.
I motivi e i temi affrontati sono molteplici così come le suggestioni e le influenze sono quanto mai varie: dal writing storico alla la street art, dalla storia dell’arte antica alla pop art, dall’illustrazione al fumetto, da internet alla grafica 3D.
Ritroviamo l’espressionismo astratto e gestuale di Cano, Tawa e Quo Vadis e l’astrazione di matrice orientale di Raffaele Collu, la frammentazione materica di Berse e la stilizzazione grafica e coloristica di Thomas Berra, i paesaggi onirici e fantastici di Federico Unia e le visionarie vedute metropolitane in 3D di Emanuele Alfieri.
Senza dimenticare le seducenti rappresentazioni femminili di Airone e Stefano Gamba e i coloratissimi totem tribali di Emanuele Kabu, i bizzarri esseri meccanici di El Gatto Chimney, i mostruosi animali squamati di Federico Massa, le illustrazioni sottomarine di Luze e le sinuose ragazze dalle lunghe chiome di Nais.
Anche in questo contesto acquista senso il discorso sul riciclo e l’utilizzo etico delle risorse consegnate all’uomo: se nell’opera di Santy, raffigurante l’icona della morte che fa lo sgambetto al pittore, viene insinuato un ammonimento agli artisti di utilizzare in maniera corretta il potere comunicativo che hanno in mano, in quella parietale di Filippo Garilli si riflette sull’esperienza di interscambio e di riuso di oggetti di uso comune nell’ottica di uno scambio fraterno di mani. Il tutto rivisitato con le cromie a tinte piatte e i le spesse linee di contorno che discendono immediatamente dall’estetica Pop di Andy Warhol e Keith Haring.

 

Sold-Out. Murales
di Chiara Canali

Complessi e di differente tipologia, i graffiti, i murales e gli stencil colpiscono l’occhio per dimensioni e qualità. Le tecniche di scrittura murale sono molteplici: dalla bomboletta spray ai gessetti, matite colorate, la calce e i coloranti vari. Oggi la scritta murale a spruzzo è la scrittura murale per antonomasia, dall’impiego politico a quello sociale, per arrivare a quello propriamente artistico.
I graffiti sono composti nella maggioranza dei casi tanto da una scritta quanto da un disegno che solitamente si compone di immagini disordinate e affastellate. I murales sono invece dei dipinti su muro che si differenziano dai graffiti tanto per la tecnica usata, sono fatti con colori a tempera o acrilici e con i pennelli, quanto per il fine che si vuole raggiungere: spesso i murales sono fatti per commemorare una persona o un evento.
Mario Corallo, in Storia dei graffiti milanesi (Xenia, 2000), racconta che il fenomeno del writing in Italia si diffonde e si sviluppa negli anni novanta e i graffiti diventano sempre più diversificati dall’arte contemporanea. A Milano i pionieri sono Raptuz, Rendo, Graffio e Teatro che portano sui muri le prime idee hip-hop e iniziano una nuova sperimentazione linguistica attraverso l’unione di lettere e colore, puppets (pupazzi) e sfondi colorati.
Sul muro esterno del Discount ritroviamo un lavoro eseguito da Raptus e Gatto assieme perché, come ci dice Raptus nell’intervista “nel mondo del writing non è inusuale produrre opere a quattro o più mani, così facendo si va a creare un mix di idee e di stili che si completano e si esaltano a vicenda. Questo è il vero spirito della ‘crew’ (banda), cioè trovare una fusione bilanciata tra diverse mani, diverse teste e diverse provenienze, ma con esperienze di vissuto identiche”.
Oggi il writing si va sempre più contaminando con la street art, un’arte che si svliluppa nel contesto urbano e ha a che fare con il linguaggio dei segni, delle icone, dei loghi e dei fumetti. La street art è nata sotto l’influsso di artisti americani come Keith Hering, Kenny Scharf e Richard Hambleton.
In questo contesto si forma il lavoro di Bros, artista di strada tra i più attivi nella città di Milano, che inizia a disegnare lettere e poi disegni con personaggi in forma geometrica, che vivono grazie ai due occhi stilizzati al centro. Qui Bros ha recuperato lo stile del lettering per consegnarci la scritta “ARTE IN SALDO. SCONTI DEL 70%”, un’implicita e ironica dissacrazione nei confronti del mercato dell’arte e delle sue strategie di vendita.
Oltre all’areosol art, gli artisti stanno usando nuovi materiali per riflettere l’ambiente urbano che ci circonda, per esempio poster, stickers e collages. Essi hanno colonizzato nuove aree cittadine, come gli spazi pubblicitari, i mezzi di trasporto abbandonati o i segnali di traffico stradale, così che diventa sempre più difficile distinguere il writing dalla street art.

 

Sold-Out. Installazione
di Chiara Canali

Tra le nuove tendenze dell’Urban art, non possiamo unicamente parlare di street art, aerosol art, stencil, pittura murale, iconografie figurative e astratte, senza menzionare le installazioni realizzate con differenti materiali di scarto e riciclo.
Tra i lavori più sorprendenti, la “trolley art” di Emiliano Rubinacci che assembla e salda decine di carrelli della spesa a formare un’enorme scultura, da cui fuoriescono in un apparente equilibrio precario alcuni frammenti o sezioni di trolley capovolti e rovesciati. Oppure la ragnatela  di Zelimir Baric, un’installazione spaziale di fili di ferro annodati fra loro ad altezza umana, che compongono una trappola invisibile ma sempre più percepibile man mano che ci si avvicina all’opera.
Dapne di Alberto Garuffio simula il ritorno di una natura selvaggia che erompe all’interno dello spazio artificiale del Discount e si attorciglia alle colonne dell’edificio, varcandone le pareti divisorie e fuoriuscendo all’esterno. Questi tre progetti, insieme al mandala a pavimento di Loconte, fanno parte di una logica di riciclo che prevede lo smaltimento ecologico delle opere in un ammasso cubico nel momento stesso in cui non saranno più fruite dal pubblico.
P.I.L.  Prodotto interno losco è ancora un’opera installativa ideata da Alberto Garuffio a cui partecipa un collettivo di artisti (Emiliano Rubinacci, Zelimir Baric, Alberto Garuffio, Emanuele Alfieri, Angelo Loconte,Thomas Berra, Simone Pugliesi, Fabio Roncato, Miriam Secco, Raffaele Collu). L’installazione si struttura in un convenzionale bancone frigo su cui si installano dei “prodotti” di primo consumo definiti “loschi” dagli artisti in quanto costituiti da materiali di scarto e oggetti di recupero, impacchettati in contenitori per alimenti provvisti di un adesivo con informazioni sugli ingredienti, il luogo di produzione e la data di scadenza.
Eppure, ceci n’est pas une pipe: l’oggetto è metaforicamente in relazione con un prodotto da supermarket, ma ciò che è riportato sull’etichetta informativa non corrisponde al reale contenuto della confezione. Questa operazione, di matrice dadaista, insinua un’ironica critica nei confronti del ruolo del consumatore che non può verificare con attendibilità il processo di produzione a partire dalle indicazioni superficiali di un’etichetta. Lo stesso inganno si attua nel sistema dell’arte, in quanto il packaging dell’opera e l’accattivante contenitore prendono spesso il sopravvento sul reale contenuto di fruizione.
Sempre in questa sezione è presente un progetto speciale: Puzzle4Peace, che contamina gli spazi espositivi con maxi tessere di puzzle disegnate e lavorate creativamente dagli artisti, con l’intento di promuovere una cultura della pace
Infine una sorta di “shop in shop” d’arte espone i prodotti di moda e design di giovani gruppi creativi customizzate con i loghi e i disegni degli artisti (Bear in mind, Biokip, Isola Show Room, Fatti da Yo!).